Il prototipo di data center spaziale di Google, chiamato Suncatcher, è operativo e comunica con la Terra. Lanciato il 1° ottobre con un razzo Falcon 9 di SpaceX, insieme a oltre 100 altri satelliti, ha già eseguito un modello di intelligenza artificiale in orbita: gli ingegneri hanno chiesto a Gemma 4, il modello di Google DeepMind caricato a bordo, di comporre un haiku sulla vita nello spazio. Per l’azienda è il primo passo verso reti di satelliti capaci di elaborare dati direttamente fuori dall’atmosfera.[1][2]
In breve
- Suncatcher è in orbita dal 1° ottobre e ha eseguito Gemma 4 su richiesta degli ingegneri
- A bordo ci sono quattro TPU, ma ne funziona una sola alla volta per circa 20 minuti
- I test riguardano calore e radiazioni, che possono corrompere i dati in memoria
- Altri due satelliti con chip più avanzati sono previsti nel 2027
Che cosa ha fatto Suncatcher finora?
Dopo il lancio, il prototipo ha superato la prima prova importante: rispondere ai comandi da Terra. Secondo TechPrincess, nel corso della settimana gli ingegneri hanno inviato il primo comando e hanno chiesto a Gemma 4 di scrivere un haiku, la breve poesia giapponese, sulla vita nello spazio. Il satellite era partito il 1° ottobre da un Falcon 9, in compagnia di oltre 100 altri veicoli spaziali, come riferisce hdblog.[1][2]
Il compito scelto è curioso, ma dice qualcosa di concreto. Non si trattava di un calcolo scientifico complesso, eppure dimostra che il modello gira davvero a bordo. Per hdblog il testo è stato trasmesso alla Terra mentre il satellite sorvolava le isole Svalbard. TechPrincess aggiunge che Google ha provato Gemma 4 anche con limerick a tema spaziale e che ha chiesto alla sonda di inviare dati sulle condizioni orbitali attorno al satellite.[1][2]
Quanta potenza di calcolo ha il satellite?
La dotazione del prototipo è modesta, perché si tratta di un banco di prova e non di un vero centro di calcolo. Stando a TechPrincess, il dispositivo integra quattro Google Tensor Processing Unit (TPU, i chip pensati per i calcoli dell’intelligenza artificiale) e arriva a produrre fino a 1 kW di energia. L’obiettivo è preparare il terreno a futuri gruppi di satelliti in formazione, capaci di eseguire in orbita i carichi di inferenza, cioè l’impiego dei modelli già addestrati.[1]
Il limite più evidente è nei consumi. Le TPU assorbono molta energia e il satellite ne produce poca, così se ne può accendere una sola per circa 20 minuti alla volta, come riporta TechPrincess. A conti fatti, un chip su quattro è attivo in ogni momento, cioè il 25% della dotazione. Questo rende ancora più delicata la gestione delle comunicazioni tra la Terra e lo spazio.[1]
Perché Google testa calore e radiazioni?
Il vero banco di prova, però, è l’ambiente in cui il satellite opera. La campagna di test in corso servirà a osservare come i chip reagiscono allo stress termico e alle radiazioni dello spazio. Google, riferisce TechPrincess, aveva già messo alla prova le proprie TPU negli acceleratori di particelle a terra, ma ora deve verificare gli effetti reali del vuoto cosmico sul processore.[1]
Il rischio principale ha un nome tecnico preciso. Le radiazioni possono provocare i cosiddetti bit flip, ossia l’alterazione dei valori memorizzati: i dati si corrompono senza che gli strumenti di monitoraggio standard se ne accorgano. I test a terra, secondo la stessa fonte, indicavano un impatto trascurabile per l’inferenza e più critico per l’addestramento dei modelli. Ora il team potrà verificarlo in condizioni reali, oltre i limiti delle simulazioni.[1]
Che cosa succede dopo e in che cosa è diverso dagli altri progetti?
Se i chip a bordo si dimostreranno efficienti, il calendario è già tracciato. Il passo successivo, scrive TechPrincess, è il lancio nel 2027 di altri due satelliti con chip più avanzati. Produrranno più energia e metteranno alla prova i collegamenti ottici tra satelliti, cioè i fasci di luce che dovrebbero far dialogare i veicoli tra loro. Sono i collegamenti ad alta velocità che servono a distribuire carichi di lavoro condivisi.[1]
Il confronto con i concorrenti chiarisce la scelta di Google. Sempre secondo TechPrincess, si prevede che anche i data center di SpaceX usino collegamenti laser, ma le loro orbite troppo distanti ne limiterebbero l’efficacia nella condivisione dei calcoli. Aziende come Starcloud e Cowboy Space puntano invece a eseguire l’inferenza su singoli satelliti, senza una rete tra loro. Suncatcher si distingue quindi per l’idea di un calcolo distribuito su più satelliti.[1]
In sintesi
Il quadro finale è quello di un esperimento appena cominciato. Suncatcher dimostra che un modello di intelligenza artificiale può girare e rispondere da un satellite lanciato il 1° ottobre, ma con vincoli pesanti: quattro TPU, 1 kW di energia e un solo chip acceso per circa 20 minuti alla volta. Dai test su calore e radiazioni dipende la fiducia nei dati prodotti in orbita. L’appuntamento da seguire è il 2027, quando Google prevede di lanciare altri due satelliti con chip più avanzati e collegamenti ottici.[1][2]
Fonti
- TechPrincess: Google Suncatcher, il satellite data center è operativo
- hdblog: Google accende il primo data center spaziale: l'AI va in orbita

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