Tracciamento iPhone, la Germania costringe Apple a cambiare

Tracciamento iPhone, la Germania costringe Apple a cambiare

L’antitrust tedesco impone ad Apple di correggere le regole di tracciamento su iPhone: cosa cambia per le app e perché in Italia si è chiuso con una multa.

Chi ha un iPhone conosce il riquadro che compare quando si apre un’applicazione appena installata: chiede se quell’app può seguire quello che fai anche altrove, in altre app e su altri siti. L’autorità antitrust tedesca ha stabilito che quella domanda oggi non vale per tutti allo stesso modo, e Apple dovrà correggere il meccanismo in Germania.

Vale la pena dire subito che cosa non succede: la richiesta di consenso non viene abolita e il diritto di rifiutare resta intatto. La partita non riguarda quanto sei protetto, ma chi è tenuto a chiederti il permesso. È un caso di concorrenza tra aziende, non una nuova regola sulla privacy. La vicenda è uno dei tre fronti che in questi giorni vedono soggetti esterni dettare condizioni a Cupertino, insieme a Linux sui chip Apple e alle trattative su Siri.

Come funziona il permesso che ti chiede l’iPhone

Il meccanismo si chiama App Tracking Transparency Framework, ATTF per brevità, ed è arrivato sugli iPhone con iOS 14.5 nell’aprile 2021. Da allora un’app che vuole seguirti fuori dai propri confini deve prima ottenere un’autorizzazione esplicita per leggere l’IDFA.

L’IDFA è il codice identificativo che il telefono assegna a se stesso a fini pubblicitari: è quello che permette a un inserzionista di capire che il dispositivo che ha visto un annuncio dentro un gioco è lo stesso che poi ha comprato qualcosa su un sito. Senza quel codice, molte forme di misurazione smettono semplicemente di funzionare. Chi sviluppa app, quando il permesso viene negato, deve rinunciare a una parte degli strumenti con cui misura le campagne e attribuisce le installazioni.

L’accusa: Apple non si applica la stessa regola

Il Bundeskartellamt, che in Germania svolge il ruolo che in Italia è dell’Antitrust, contesta proprio la distanza tra i due trattamenti. Apple scrive le regole di accesso ai dati, le fa rispettare a chi pubblica sul suo negozio di applicazioni e nel frattempo opera nello stesso mercato: secondo la ricostruzione pubblicata da ilsoftware.it, i servizi dell’azienda non sono stati sottoposti alle condizioni che valgono per gli altri.

C’è poi il vantaggio di partenza. Un negozio di applicazioni, gli account degli utenti, i dispositivi stessi e la costellazione di servizi collegati sono tutte fonti che appartengono ad Apple e che Apple può incrociare. Uno sviluppatore indipendente, per collegare le stesse informazioni tra un servizio e l’altro, deve passare dal permesso. Da qui la conclusione dell’autorità: il vantaggio competitivo che ne deriva non è giustificato.

Conta anche come è scritta la domanda

La parte forse meno intuitiva dell’istruttoria è che non si è fermata a chi può leggere i dati, ma è entrata nella grafica delle schermate. Quando a chiedere il permesso è un’app esterna, il tracciamento tende a essere descritto in termini poco rassicuranti; quando la richiesta arriva dai servizi della casa, la stessa cosa viene raccontata come una personalizzazione utile.

Non è una sfumatura estetica. Quante finestre appaiono, in che momento compaiono, con quali parole e con quante informazioni: sono tutti elementi che spostano la percentuale di persone che dicono di sì. Se le condizioni non sono equivalenti, la differenza si trasferisce sui ricavi. Un rifiuto in più significa meno dati per personalizzare gli annunci e misurarne il rendimento, e per le applicazioni gratuite che vivono di pubblicità quella perdita si traduce in incassi più bassi.

Tre anni solo per stabilire quali regole si applicano

La cronologia aiuta a capire quanto lentamente si muovano questi procedimenti. L’ATTF era attivo sugli iPhone da poco più di un anno quando, nel giugno 2022, l’autorità tedesca ha aperto formalmente il fascicolo.

Da lì sono serviti altri passaggi prima di poter entrare nel merito. Nell’aprile 2023 il Bundeskartellamt ha qualificato Apple come impresa di “rilevanza eccezionale per la concorrenza tra mercati”: è l’etichetta che, secondo la legge tedesca sulle restrizioni della concorrenza, apre la porta a obblighi rafforzati per i gruppi più grandi. La Corte federale di giustizia ha confermato quella valutazione nel marzo 2025. Tra l’apertura dell’indagine e la conferma dei giudici sono passati quasi tre anni: prima ancora di discutere delle schermate, si è discusso se le regole speciali fossero applicabili.

In Italia lo stesso nodo si è chiuso con 98 milioni

Il caso tedesco non è isolato, ed è questo il dato più significativo. In Italia un procedimento sulla stessa materia si è chiuso nel dicembre 2025 con una sanzione ad Apple superiore ai 98 milioni di euro, per il trattamento più rigido riservato agli sviluppatori esterni. Anche la Francia si è mossa sullo stesso meccanismo, e anche lì con le sanzioni.

Le due strade portano però a risultati diversi. Multare significa mettere un prezzo a un comportamento già tenuto; quello che l’autorità tedesca chiede è invece un intervento sul funzionamento del sistema, cioè condizioni più simmetriche tra la piattaforma e chi ci lavora sopra. Per il proprietario di un iPhone, il secondo tipo di rimedio è l’unico che si possa notare guardando lo schermo.

Quello che non è ancora stabilito

Restano fuori dal quadro le cose che contano di più nel breve periodo: come sarà fatta la nuova schermata, se le modifiche si fermeranno ai confini tedeschi e con quale calendario arriveranno sui telefoni. Su questi punti non ci sono ancora indicazioni.

Il fatto che tre autorità europee abbiano guardato lo stesso meccanismo con esiti convergenti rende però poco pratica una soluzione ritagliata su un solo Paese, e spinge verso una revisione strutturale del framework. Nel frattempo, per chi usa un iPhone, la regola pratica non cambia: il permesso continuerà a essere chiesto e continuerà a poter essere negato, come si è visto sopra. A cambiare, se le cose andranno come chiede Berlino, sarà il numero di soggetti obbligati a chiederlo.

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