Come disattivare le funzioni AI su app e browser

Come disattivare le funzioni AI su app e browser

Copilot, Gemini, Apple Intelligence: un interruttore unico non esiste. Ecco dove stanno i comandi per spegnere l’AI in Windows, nei browser e nelle app.

Da un paio d’anni i programmi che usi tutti i giorni hanno cominciato a suggerirti come finire una frase, a riassumerti i messaggi che non hai letto e a mettere un pulsante colorato nell’angolo dello schermo. Nessuno te l’ha chiesto: quelle funzioni arrivano accese con un aggiornamento. Se ti danno fastidio, o semplicemente non vuoi che i tuoi documenti e le tue chat passino da un modello generativo, si possono spegnere quasi ovunque.

La cattiva notizia è che va fatto un pezzo alla volta. Un interruttore generale non esiste, e questo è il motivo per cui una guida come questa serve: gli interruttori ci sono, ma sono sparsi in sette posti diversi e ognuno spegne solo la sua porzione. Qui trovi dove stanno, sistema per sistema e app per app, sulla base della ricognizione pubblicata da ilsoftware.it, che a sua volta riprende una guida di librarian.net.

La regola da tenere a mente: quattro livelli, quattro interruttori

Prima dei percorsi di menu conviene capire perché non basta mai un’operazione sola. Le funzioni di intelligenza artificiale non stanno in un unico punto: sono impilate su livelli diversi, gestiti da aziende diverse, e ciascuno ha il proprio comando.

  • Il sistema operativo: l’assistente integrato in Windows o quello di Apple e Google sul telefono.
  • La singola app: il lettore di PDF, il blocco note, il client di posta, ognuno con le sue impostazioni.
  • Il servizio web: la casella di posta o la piattaforma di videoconferenze, che decidono lato server e non sul tuo computer.
  • Il motore di ricerca: i riepiloghi che compaiono sopra i risultati, che non dipendono dal browser che stai usando.

La conseguenza pratica è quella che la guida di ilsoftware.it mette bene in evidenza: se zittisci l’assistente nel browser, il motore di ricerca continuerà lo stesso a mostrarti i suoi riassunti generati; e se spegni l’intelligenza artificiale a livello di sistema, un servizio web che la usa non se ne accorge nemmeno. Nei browser il problema si moltiplica, perché lì l’AI si presenta su più fronti insieme: assistenti, ricerca, scrittura, raggruppamento delle schede aperte e generazione di contenuti.

Tieni quindi presente un ordine mentale, mentre scorri i paragrafi che seguono: parti da dove la funzione ti dà fastidio, non da dove immagini che stia il comando principale. Il comando principale non c’è.

Windows 11 è il caso più disordinato

Sul computer con Windows 11 la faccenda è frammentata più che altrove, e il motivo è che Copilot non è sempre la stessa cosa: a seconda della configurazione può essere una normale applicazione oppure un pezzo del sistema operativo. Quando è un’app, la si toglie come qualsiasi altra, dal menu Start o dall’elenco delle applicazioni installate. Quando non è disinstallabile, il ripiego sono le impostazioni della barra delle applicazioni, dove almeno si fa sparire il pulsante.

Ma Copilot è solo l’inquilino più visibile. Funzioni basate sull’AI sono finite anche dentro il Blocco note, Esplora file, Foto e lo Strumento di cattura, e ciascuna si regola per conto proprio: il Blocco note, per esempio, ha una sua sezione dedicata nelle impostazioni dell’app. Poi c’è Click to Do, la funzione che riconosce quello che hai sullo schermo e propone azioni: quella non sta insieme a Copilot, ma nelle impostazioni di privacy e sicurezza, e va disattivata a parte.

Un discorso ancora diverso vale per Microsoft 365. Lì l’opzione Copilot si gestisce app per app, e la scelta che fai vale soltanto per quel programma e per quel dispositivo. Tradotto: se usi tre programmi della suite su due computer, l’operazione va ripetuta sei volte, perché nessuna delle sei si porta dietro le altre. È il tipo di dettaglio che spiega perché tanta gente crede di aver disattivato tutto e poi ritrova i suggerimenti al primo documento aperto sul portatile.

Chi si muove poco tra le impostazioni di Windows farà bene a mettere in conto un po’ di ricerca: da quando il vecchio Pannello di controllo ha ceduto il posto alla nuova app Impostazioni, le voci si sono ridistribuite e non stanno più dove stavano.

iPhone, iPad e Mac: la conferma e la voce che resta accesa

Sui dispositivi Apple compatibili la strada è più lineare che su Windows. Apple Intelligence si spegne dalle impostazioni che portano il suo stesso nome, e il sistema chiede una conferma prima di procedere; il percorso è analogo su iPhone, iPad e Mac.

C’è però un’eccezione da conoscere, ed è la funzione Learn from this App, quella che permette al sistema di imparare da come usi una determinata applicazione. Non viene disattivata insieme al resto: ha un comando suo. Su macOS si trova nelle impostazioni che riguardano Siri, la dettatura e la privacy; su iOS sta nella sezione dedicata alle app all’interno di Apple Intelligence e Siri. Chi si ferma alla disattivazione principale lascia dunque acceso un pezzo che continua a raccogliere segnali sull’uso delle app.

Android: disinstallare Gemini non chiude la partita

Su Android non esiste una procedura valida per tutti, perché ogni produttore personalizza il sistema e le voci cambiano anche tra una versione e l’altra. Su alcuni telefoni l’app Gemini si può rimuovere come una qualsiasi altra; dove non è possibile, il lavoro si sposta dentro le singole applicazioni. In Google Messaggi, per esempio, la disattivazione passa dalle impostazioni legate all’account.

Attenzione al punto che vale più di tutti gli altri: togliere l’app dal telefono non spegne le funzioni AI presenti nei servizi Google che restano collegati all’account, comprese quelle governate dalle impostazioni delle attività. L’icona sparisce dalla schermata, l’elaborazione lato servizio no. È esattamente il caso di scuola del livello sbagliato: hai agito sul dispositivo, ma la funzione che volevi fermare vive altrove.

Il browser: Firefox è l’unico con un comando solo

Qui la differenza tra un browser e l’altro è netta, ed è la cosa più utile da sapere di tutto l’articolo. Firefox, dalla versione 148, ha introdotto una sezione chiamata AI Controls con un’opzione, Block AI enhancements, che fa in un colpo quello che altrove richiede una decina di passaggi: blocca le funzioni di intelligenza artificiale già presenti e anche quelle che verranno aggiunte in futuro, e cancella pure gli eventuali modelli che il browser aveva scaricato sul computer. L’unica cosa che resta fuori dal blocco sono le estensioni installate da te che si appoggiano a servizi AI esterni: quelle continuano per la loro strada, perché non sono funzioni del browser.

Su Chrome non c’è niente di simile. Le uniche leve disponibili passano da chrome://flags, la pagina delle opzioni sperimentali, dove si trovano le voci legate a GLIC e a Gemini; è una pagina pensata per chi sviluppa, e le opzioni cambiano di posto o spariscono tra una versione e l’altra, quindi ciò che imposti oggi può non esserci più tra due aggiornamenti.

Su Edge il lavoro si fa nelle impostazioni di Copilot e della barra laterale: si possono togliere la barra stessa, le notifiche e il pulsante che compare nella barra degli strumenti, oltre alla funzione che propone la scrittura assistita mentre navighi. Sono quattro interruttori separati contro l’unico di Firefox, ed è il confronto che mette in fila i tre browser più diffusi in ordine di controllo concesso all’utente.

Se la sensazione è che questa rincorsa non finisca mai, esistono browser che di intelligenza artificiale ne hanno molto meno a bordo: la guida ne segnala quattro, e sono Zen, Helium, LibreWolf e Waterfox.

La ricerca: i riepiloghi restano anche a browser spento

Chiuso il capitolo browser, resta il motore di ricerca, che è un’altra cosa. Sopra i risultati compaiono ormai quasi ovunque riassunti generati automaticamente, e non li produce il programma con cui navighi: li produce il servizio a cui fai la domanda. Per questo disattivare l’assistente del browser non li fa sparire.

L’alternativa segnalata dalla guida è DuckDuckGo noai, una variante del motore di ricerca che quelle funzioni non le ha, raggiungibile digitando un indirizzo dedicato. È l’unico intervento del gruppo che non si fa da un pannello di impostazioni: si cambia indirizzo e basta.

Posta elettronica: cosa si spegne davvero in Gmail

Gmail non ha un unico comando, ma una famiglia di controlli. Il principale riguarda le Smart features, cioè le funzioni intelligenti attive dentro Gmail, Chat e Meet, a cui si aggiungono i controlli specifici di Google Workspace per chi usa un account aziendale o scolastico.

Disattivandole spariscono Smart Compose, il completamento automatico che prova a finire le frasi mentre scrivi, e Smart Reply, le risposte brevi già pronte sotto il messaggio; se ne vanno anche alcune delle schede riassuntive. Quello che non sparisce, ed è bene saperlo prima, è tutto il resto: la fonte è esplicita nel dire che non necessariamente si fermano le altre elaborazioni automatiche a cui la posta viene sottoposta. Spegnere le funzioni visibili non equivale a spegnere l’analisi dei messaggi.

Su Yahoo Mail il percorso è più corto e più chiaro: si passa da Altro, poi Impostazioni, poi Funzioni AI, ed è lì che si tolgono i riepiloghi dei messaggi.

Messaggi e riunioni: WhatsApp e Zoom hanno i comandi sparsi

WhatsApp è il caso in cui le impostazioni sono più difficili da trovare, perché non stanno tutte insieme. I suggerimenti di risposta e la creazione degli adesivi si gestiscono nelle impostazioni delle chat. I riepiloghi automatici dei messaggi, invece, si trovano nella sezione delle notifiche, che è il posto in cui difficilmente andresti a cercarli. Ci sono infine funzioni di elaborazione privata che dipendono da un’ulteriore area di sistema.

Zoom, al contrario, è tra i più ordinati: quasi tutto sta in una sezione chiamata Zoom AI dentro l’account web, quindi non nell’applicazione che apri per collegarti alla riunione. Fa eccezione la trascrizione degli incontri, che ha un’opzione separata in My Notes. Se dalle tue riunioni escono verbali che nessuno ha chiesto, è quello il punto da guardare.

PDF: due strade diverse per Acrobat e Acrobat Reader

Adobe Acrobat concentra le funzioni generative in una singola voce delle preferenze, e non serve rimuovere il programma per liberarsene. Su Windows si arriva dal menu principale, scegliendo Preferences e poi Generative AI; su macOS il punto di partenza è invece il menu View, seguito dallo stesso percorso.

Acrobat Reader, che è il lettore gratuito e non l’editor completo, richiede un comando a parte e un riavvio del programma perché la modifica diventi effettiva. Sono due prodotti con lo stesso nome sulla copertina e due procedure differenti: vale la pena verificare quale dei due hai installato prima di cercare la voce sbagliata.

Spegnere le funzioni non toglie i tuoi contenuti dall’addestramento

C’è un’ultima distinzione che questa guida non copre e che conviene tenere separata: un conto sono le funzioni AI che usi tu, un altro sono i contenuti che pubblichi e che finiscono ad allenare i modelli di qualcun altro. La prima si governa dalle impostazioni viste finora; la seconda ha comandi propri, in tutt’altra parte dei servizi.

Un esempio arrivato nelle stesse settimane lo racconta TechPrincess: Amazon ha deciso di usare i contenuti dei canali Twitch per addestrare i propri modelli generativi, e l’opzione per rifiutare è finita nell’area privacy dell’account: una casella da togliere, non da mettere. Sulla scelta di far rinunciare invece di far aderire, il responsabile di prodotto Mike Minton è stato piuttosto diretto: «Se fosse un’opzione facoltativa, nessuno la sceglierebbe. Questa è la verità». È il motivo per cui, in generale, queste voci vanno cercate: nessuno le mette in primo piano. Sul come l’Europa stia provando a regolare questo tipo di raccolta, abbiamo raccontato cosa prevede l’AI Act.

In sintesi: dove guardare, nell’ordine

Se dovessi rifare tutto il giro da capo, i posti da controllare sono questi: le impostazioni di sistema del computer e del telefono, quelle di ogni singola app che ti dà fastidio, il pannello del servizio web sul suo sito (non nell’applicazione), e infine il motore di ricerca, che è l’unico livello dove non c’è nulla da disattivare ma solo un indirizzo da cambiare.

Resta la considerazione che tiene insieme tutti i paragrafi qui sopra: nessuna di queste operazioni è definitiva, perché a ogni aggiornamento le funzioni possono tornare, spostarsi o comparire in programmi che prima non le avevano. L’unica scorciatoia esistente al momento è quella scelta da Firefox, che ha preferito un comando capace di valere anche per il futuro invece di un elenco di caselle da togliere una a una. Tutti gli altri, per ora, chiedono di rifare il giro.

Spread the love

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.