Perché le telco non vogliono più vendere solo la rete

Perché le telco non vogliono più vendere solo la rete

Tre società di analisi arrivano alla stessa conclusione: per gli operatori telefonici la rete resta il patrimonio, ma da sola non paga più. Cosa cambia davvero.

Per anni il mestiere di un operatore telefonico si è potuto riassumere in una frase: costruire una rete e affittarla. Dall’altra parte del contratto lo conosciamo tutti nella versione domestica, il canone mensile per la linea di casa o per il telefono. Quel mestiere non sta sparendo, ma ha smesso di bastare a chi lo fa.

Nel giro di pochi giorni sono uscite tre analisi firmate da società diverse, che studiano mercati diversi e non si citano tra loro. Arrivano alla stessa conclusione: la rete resta il patrimonio più difficile da replicare che un operatore possieda, ma venderla e basta non copre più quello che costa costruirla. E ogni volta che un operatore prova a vendere qualcosa in più, incontra lo stesso ostacolo, che non è tecnico ma organizzativo.

Il conto che non torna: la rete costa più di quanto rende

Il punto di partenza è economico. Costruire e mantenere una rete mobile o in fibra richiede investimenti enormi e continui, mentre il prezzo che il cliente è disposto a pagare per la sola connessione tende a scendere. Il 5G ha reso evidente il problema: la copertura è stata costruita, la velocità è aumentata, la bolletta media no.

Da qui nascono i tre tentativi descritti dalle analisi. Il primo è portare la capacità di calcolo dentro la rete, vicino a chi la usa: si chiama edge computing. Il secondo è vendere sicurezza informatica alle imprese, sfruttando quello che gli operatori hanno già imparato difendendo se stessi. Il terzo è farsi pagare non per un pezzo di tecnologia, ma per farne funzionare insieme diversi.

Tre strade diverse, con una cosa in comune: spostano l’operatore da una posizione comoda, dove vende una cosa misurabile a un prezzo, a una scomoda, dove si assume la responsabilità di un risultato.

Portare il calcolo vicino a chi lo usa: l’edge computing

Edge computing significa mettere i computer che elaborano i dati vicino al punto in cui i dati nascono, invece di spedirli a un grande centro dati lontano. Il motivo è banale: la distanza costa tempo. Se una telecamera su una linea di produzione deve accorgersi in pochi millesimi di secondo che un pezzo è difettoso, non può aspettare che l’immagine faccia andata e ritorno verso un server dall’altra parte del continente.

Quanto vale? MarketsandMarkets mette in fila due cifre: 111,34 miliardi di dollari è la stima per quest’anno, mentre l’orizzonte del 2031 viene indicato a quota 317,39 miliardi. Il ritmo che collega i due estremi è del 23,3% l’anno, quasi un triplo in cinque anni. A spingere non è una tecnologia sola: contano la moltiplicazione degli oggetti connessi, i carichi di lavoro legati all’intelligenza artificiale e proprio la necessità di accorciare i tempi di risposta.

Perché dovrebbe interessare a un operatore telefonico? Perché i posti giusti dove mettere quei computer, vicini agli utenti e ben collegati, sono in buona parte posti che gli operatori già possiedono: centrali, siti radio, punti di rete sparsi sul territorio. Non a caso la stessa società di analisi tratta il network edge, quello che sta dentro la rete dell’operatore, come una categoria a sé rispetto ai computer messi in azienda o gestiti dai grandi fornitori cloud.

Il vantaggio, però, non è affatto garantito. Nello stesso mercato competono Aws, Microsoft, Google, Cisco, Hpe, Nvidia, Intel, Ericsson e Nokia. E il tipo di installazione che secondo il report cresce più in fretta non è quella dentro la rete dell’operatore, ma quella gestita attraverso le piattaforme cloud. Il rischio che ne deriva ha un nome preciso e lo affrontiamo per esteso nell’articolo dedicato a come le telco provano a far fruttare il 5G con l’edge computing, dove si vede anche perché i servizi gestiti crescono più in fretta del mercato che li contiene.

La sicurezza non è più un muro: è il modo in cui la rete è fatta

Il secondo fronte è la sicurezza informatica. Per decenni proteggere una rete ha voluto dire disegnarne il confine e presidiarlo: dentro ci si fida, fuori no. È il modello che in gergo si chiama difesa perimetrale, cioè la stessa idea del muro di cinta.

Secondo l’analisi di Gsma Intelligence quel modello non descrive più le reti come sono fatte oggi. Le tecnologie che gli operatori hanno adottato per automatizzare, spendere meno e rilasciare servizi più in fretta, cioè software costruito per il cloud, interfacce aperte, container, open Ran, hanno moltiplicato le porte da cui si può entrare. Un attacco che parte dai sistemi gestionali dell’azienda può arrivare fino alle funzioni che fanno funzionare la rete.

Quello che prende il posto del muro non è un muro più alto. È un’infrastruttura progettata perché, quando un pezzo viene compromesso, il danno non si propaghi e il resto continui a funzionare. Cambia anche il momento in cui la sicurezza entra in gioco: non più aggiunta a cose già costruite, ma incorporata negli apparati fin dalla progettazione. Nel documento si chiama native security, e in pratica significa chiedere garanzie ai fornitori molto prima, quando l’apparato viene ancora prodotto.

C’è poi l’intelligenza artificiale, che taglia in due direzioni: aiuta chi difende a leggere quantità di eventi altrimenti ingestibili, ma abbassa anche la soglia di ingresso per chi attacca. L’Enisa, l’agenzia europea per la sicurezza informatica, ha costruito il proprio quadro delle minacce del 2025 su 4.875 incidenti osservati fra luglio 2024 e giugno 2025. Come tutto questo si traduca in scelte di architettura lo trovi nella parte dedicata a come cambia la sicurezza delle reti con AI e cloud.

Il mestiere nuovo: far funzionare insieme cose di altri

Il terzo tentativo è il meno appariscente. Si chiama system integration e vuol dire questo: un’azienda non compra più la connessione da uno, il cloud da un altro e la sicurezza da un terzo, per poi arrangiarsi a farli parlare. Chiede a qualcuno di consegnarle il tutto funzionante, e di restare lì a gestirlo.

Analysys Mason sostiene che gli operatori stiano misurando male questa attività. Il metro tradizionale delle telecomunicazioni, cioè fatturato e margine della singola divisione, restituisce un’immagine distorta: l’integrazione si regge sulle competenze delle persone più che sugli impianti, quindi assorbe meno capitale ma produce margini più bassi di una rete. Guardata solo così sembra un affare mediocre.

Il valore, secondo l’analisi, sta altrove: in quello che permette di vendere nel resto dell’azienda. Chi controlla l’integrazione smette di essere uno dei tanti fornitori e diventa quello che tiene insieme rete, cloud, sicurezza e applicazioni. I numeri del 2025 raccontano però un settore disomogeneo. Chi è cresciuto di più, e qui l’analisi cita Vianova Group insieme a Pulse by Solutions, deve una parte di quella crescita alle aziende che ha comprato, non solo al lavoro conquistato sul campo. E lo stesso gruppo può andare in due direzioni opposte: nei servizi informatici Orange Poland ha registrato un forte aumento, mentre sul fronte di Orange Business i ricavi di quell’area sono complessivamente scesi.

Resta un problema di fondo, la prevedibilità degli incassi: i progetti finiscono, gli abbonamenti no. Come gli operatori provano a rendere ricorrente quello che nasce come progetto, e il caso italiano di Vianova che ha comprato integratori locali, sono il tema dell’articolo su come la system integration sta cambiando il mercato enterprise.

Sotto il mare, la stessa lezione

C’è un quarto pezzo che sembra fuori posto e invece chiude il ragionamento. Riguarda i cavi sottomarini, cioè i collegamenti che trasportano oltre il 99% del traffico intercontinentale: praticamente tutto quello che fai online quando il contenuto sta su un altro continente.

L’idea diffusa è che si proteggano con la sorveglianza militare, per via delle tensioni geopolitiche degli ultimi anni. I numeri raccontano una storia più ordinaria. L’Itu, l’agenzia Onu per le telecomunicazioni, mette in cima all’elenco delle vulnerabilità quello che gli esseri umani combinano senza volerlo: reti da pesca e ancore, oltre agli eventi naturali come terremoti e frane sul fondale. Nel 2025 sono state segnalate nel mondo oltre 170 riparazioni, quasi quattro alla settimana.

E qui arriva il punto che riguarda anche gli altri tre fronti. Secondo l’analisi di Andrés Fígoli, direttore di Fígoli Consulting e in passato membro dell’Executive Committee dell’International Cable Protection Committee, buona parte della protezione dipende da qualcosa di poco spettacolare: coordinate corrette sulle carte nautiche ufficiali, quelle riconosciute dalle autorità idrografiche nazionali. Le mappe dei cavi che si consultano online, per quanto accurate, non hanno l’autorizzazione a servire da strumento per chi naviga davvero.

Il momento delicato è dopo una riparazione: il tratto rimesso a posto non segue per forza il percorso di prima. Se le nuove coordinate restano nei sistemi dell’operatore e non arrivano alla cartografia ufficiale, si crea uno scarto fra dove il cavo sta davvero e dove risulta. Da lì nascono due rischi: una nave può lavorare sul fondale credendo di essere lontana dal cavo, e in caso di danno diventa più difficile per il proprietario sostenere che il comandante avrebbe dovuto saperlo. Non è un dettaglio da specialisti. Nel febbraio 2025 Bruxelles ha presentato un piano d’azione dedicato a questi collegamenti, che copre l’intero ciclo: prevenire, rilevare, rispondere, ripristinare, dissuadere.

La lezione è la stessa dei tre fronti precedenti. La resilienza non è un oggetto che si compra, è un processo che va tenuto in ordine nel tempo. Vale per un cavo sul fondale come per una rete piena di software: il pezzo difficile non è l’apparato, è il flusso di informazioni corrette che deve arrivare a chi prende le decisioni.

Cosa dicono i numeri messi uno accanto all’altro

Le tre analisi non si parlano, ma i loro numeri accostati dicono qualcosa che nessuna di esse afferma da sola. Per la sicurezza informatica Gsma Intelligence indica un traguardo mondiale di 289 miliardi di dollari, riferito al 2030. L’edge computing, nella previsione già citata, ne vale 317,39 al 2031. Sono cifre di ordine di grandezza confrontabile: proteggere le infrastrutture digitali vale quanto costruirle. Per un settore che per un secolo ha misurato se stesso in chilometri di rete e in numero di clienti, è un ribaltamento.

C’è un secondo accostamento che vale la pena fare. Dentro il mercato dell’edge, la componente che cresce più in fretta non è l’hardware ma i servizi, con un ritmo previsto del 26,5% annuo contro il 23,3% del mercato complessivo. Nel frattempo Analysys Mason dice che l’integrazione, cioè anch’essa un servizio, ha margini più bassi della rete. Le due cose lette insieme spiegano l’imbarazzo degli operatori: la parte che cresce di più è proprio quella che rende meno per unità di fatturato, e per questo un dirigente abituato ai numeri delle telecomunicazioni fa fatica a difenderla davanti al proprio consiglio.

Cosa resta da vedere

Nessuna delle tre analisi promette che la trasformazione riesca. Tutte elencano gli stessi ostacoli: competenze specialistiche difficili da trovare, infrastrutture eterogenee, la distanza fra un progetto pilota e qualcosa che funziona davvero in produzione.

Il vantaggio degli operatori esiste, ma non è acquisito. Hanno reti, siti, presenza sul territorio e una conoscenza dell’infrastruttura che nessun altro possiede. Non hanno automaticamente le competenze cloud, i modelli commerciali e le piattaforme per venderci sopra qualcosa. Su questo scarto si giocherà quanto della spesa digitale delle imprese finirà sulle loro fatture.

Per chi la rete la usa e basta, il risvolto è più semplice e piuttosto rassicurante: la qualità della connessione dipenderà sempre meno da quanti apparati di sicurezza vengono installati sopra, e sempre più da come l’infrastruttura è stata progettata sotto.

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