Data center in Europa: perché ne mancano e quanto costano

Data center in Europa: perché ne mancano e quanto costano

Permessi fino a 48 mesi, reti elettriche sotto pressione e 12,7 milioni di euro per ogni megawatt: perché in Europa costruire data center è così lento.

Quando si parla di intelligenza artificiale, l’immagine che viene in mente è quella di un software. La realtà è molto più ingombrante: sono capannoni pieni di server, cavi dell’alta tensione e impianti di raffreddamento. E in Europa questi capannoni non stanno crescendo alla velocità con cui cresce la richiesta di calcolo che devono soddisfare.

Il modo tecnico per dirlo è che manca potenza. I data center non si misurano in metri quadrati ma in gigawatt, cioè in quanta elettricità riescono ad assorbire e a far lavorare: un gigawatt è più o meno il consumo di una grande centrale elettrica. A quantificare quanto ne manchi ha provato il Cloud & AI Study, completato nel luglio 2026 su incarico della Commissione europea, e in particolare della sua Direzione generale Connect. La risposta interessa anche chi non comprerà mai un server: dove non c’è capacità di calcolo, i servizi digitali si comprano altrove, con i prezzi e alle condizioni di chi ce l’ha. È il presupposto fisico di tutta la discussione sul cloud sovrano europeo e sulle regole del CADA.

Nel 2025 manca già l’equivalente di tre centrali

Il conto del 2025 lo fa lo studio della Commissione: nei ventisette Paesi dell’Unione i data center hanno richiesto circa 15,3 GW, mentre la capacità effettivamente disponibile si è fermata attorno a 12,4 GW. La differenza è di circa 3 GW. Detto in proporzione, significa che l’infrastruttura europea copre poco più di quattro quinti della domanda che le arriva.

Il problema però non è la fotografia di oggi, è la traiettoria. Nello scenario che gli autori chiamano di base — quello in cui le politiche restano quelle già decise — il divario arriverebbe attorno ai 14 GW entro il 2030, per poi toccare i 20 GW nel 2036. Vale la pena fermarsi un attimo su questi numeri, perché letti di fila sembrano solo grandi. Il divario stimato per il 2030 è superiore all’intera capacità che l’Europa ha oggi in funzione: in cinque anni bisognerebbe costruire più di quanto è stato costruito finora, solo per non peggiorare.

Gli autori mettono però un paletto che conviene riportare per intero: lo studio non dice che la carenza sia inevitabile. Dice che esiste il rischio concreto che la costruzione di infrastrutture non stia dietro all’aumento delle esigenze di calcolo. È una differenza sostanziale, perché tutta la parte del documento dedicata alle possibili contromisure esiste proprio per spostare quella traiettoria.

A tirare la domanda è soprattutto l’intelligenza artificiale. Addestrare un modello e poi farlo rispondere agli utenti — nel gergo del settore training e inferenza — richiede hardware specializzato e una densità di calcolo molto più alta di quella di un sito web o di un gestionale aziendale. Man mano che le applicazioni AI entrano nelle imprese e nelle amministrazioni pubbliche, la disponibilità di calcolo smette di essere una voce dell’ufficio informatico e diventa un fattore di competitività.

Quattro anni per un permesso, in un settore che cambia ogni sei mesi

La reazione istintiva è che basti decidere di costruire. Non basta, e il motivo principale è il tempo. Le procedure di autorizzazione europee, secondo lo studio, sono lunghe e frammentate, e in alcuni casi possono arrivare a 48 mesi. Quattro anni.

Qui sta il cortocircuito che rende questo dossier diverso da altre grandi opere. Un’infrastruttura energetica tradizionale si progetta su orizzonti lunghi e regge bene un iter altrettanto lungo. Un data center per l’AI no: nei quattro anni che servono a ottenere le carte, cambiano le schede acceleratrici da installare, cambia il tipo di modelli da far girare e cambiano le condizioni di mercato. Si rischia di inaugurare capacità progettata per un mondo che nel frattempo si è spostato.

Il secondo ostacolo è l’energia, e non nel senso generico della bolletta. Servono tre cose distinte: potenza elettrica disponibile, un allacciamento alla rete capace di portarla fin lì, e acqua o altri sistemi per smaltire il calore. Sono tre vincoli che non si superano firmando un assegno. Una rete elettrica non si potenzia in pochi mesi, e in molte aree europee non c’è margine per collegare un nuovo carico di quelle dimensioni. Lo studio è esplicito su questo punto: accesso all’energia, capacità delle reti e disponibilità di acqua sono diventati vincoli industriali, non solo tecnici. Non conta più solo trovare il terreno; conta trovare un territorio con l’ecosistema energetico per reggere il carico, e in Europa questo deve convivere con gli obiettivi di decarbonizzazione. È lo stesso nodo che rende il tema dei consumi elettrici dei data center una questione di programmazione e non solo di efficienza.

12,7 milioni di euro per ogni megawatt

Il terzo ostacolo è il conto. Per ogni megawatt installato, stima lo studio, la costruzione costa in media 12,7 milioni di euro. È una cifra che da sola dice poco, ma che diventa leggibile se la si moltiplica per il divario da colmare.

Un gigawatt sono mille megawatt. Quindi i 14 GW mancanti stimati per il 2030 corrispondono, a quel prezzo unitario, a un investimento nell’ordine dei centosettanta miliardi di euro; i 20 GW del 2036 superano i duecentocinquanta. Lo studio, più prudentemente, parla di diverse decine di miliardi nel prossimo decennio. In ogni caso siamo in un ordine di grandezza che nessun bilancio pubblico europeo copre da solo: è la ragione per cui, nel documento, capitale privato, strumenti finanziari pubblici e velocità delle autorizzazioni compaiono come parti della stessa equazione e non come tre problemi separati.

Vale anche il ragionamento inverso, ed è il punto che rende i permessi qualcosa di più di una lamentela burocratica. A quasi tredici milioni al megawatt, ogni anno di attesa immobilizza capitale che non produce nulla e che nel frattempo invecchia insieme all’hardware previsto dal progetto.

Chi possiede la capacità, non solo quanta ce n’è

C’è poi una seconda domanda, che lo studio pone accanto alla prima: non solo quanta capacità ci sarà, ma nelle mani di chi. Del mercato cloud dell’Unione, circa il 72% è in mano agli hyperscaler: i grandi operatori globali che gestiscono decine di data center sparsi nel mondo, nessuno dei quali europeo. Ai fornitori del continente, riporta lo studio della Commissione, restava nel 2022 il 13%: cinque anni prima, nel 2017, la loro quota valeva il 27%.

Su questa discesa è utile un raffronto, perché le cifre in circolazione non coincidono. L’analisi giuridica del CADA firmata da Giovanni Maria Riccio, professore all’Università di Salerno, indica per gli stessi due anni un percorso dal 29% a circa il 15%: basi di calcolo diverse, evidentemente. Ma la distanza fra i due punti è identica in entrambe le ricostruzioni — quattordici punti di mercato persi in cinque anni — e su quella nessuna delle due fonti lascia margini di interpretazione.

La tendenza, avverte lo studio, va letta insieme all’integrazione verticale del settore: entro il 2027, secondo lo stesso documento, oltre metà della potenza mondiale dei data center farà capo agli hyperscaler. E chi controlla le sale macchine controlla anche le piattaforme software e i modelli che ci girano sopra. Da qui la conclusione che riguarda direttamente il tema di questo articolo: avere data center sul territorio non equivale ad avere autonomia tecnologica. Se la nuova capacità nasce dentro un ecosistema concentrato in pochi operatori, l’aumento dell’offerta non si traduce automaticamente in maggiore indipendenza. Che cosa serva perché la proprietà conti davvero — e perché la sede legale non basti — è il tema di cosa significa cloud sovrano nelle regole europee.

La risposta di Bruxelles: zone dedicate e un tetto di dodici mesi

Sul nodo dei tempi la Commissione ha già messo per iscritto una proposta. Il 3 giugno 2026 è stato presentato il Cloud and AI Development Act, sigla CADA, all’interno del pacchetto europeo sulla sovranità tecnologica. Fra i suoi tre assi c’è il potenziamento della capacità infrastrutturale, con l’obiettivo dichiarato di triplicare il mercato europeo dei data center nell’arco di cinque-sette anni.

Lo strumento previsto sono le Data Centre Acceleration Zones: letteralmente zone di accelerazione, cioè aree individuate in anticipo dove costruire è più rapido perché il territorio è già stato valutato. Secondo il Titolo III della proposta, ogni Stato membro dovrà designarne almeno una entro sei mesi dall’entrata in vigore del regolamento, scegliendola in base a tre criteri concreti: energia disponibile, connettività e sostenibilità ambientale. Dentro quelle zone le procedure sono semplificate e c’è un tetto: dodici mesi dalla domanda completa.

Il confronto con la situazione descritta dallo studio è il punto della vicenda. Dove oggi si può arrivare a quarantotto mesi, il regolamento vorrebbe fissare un massimo di dodici: un quarto del tempo. Non è una promessa di costruire di più, è il tentativo di rimuovere la variabile che rende ogni piano industriale impossibile da scrivere, cioè non sapere quando si comincia.

Quando succede davvero: le date da tenere a mente

Su questo punto conviene essere precisi, perché è dove le notizie sulle grandi proposte europee generano più aspettative del dovuto. Quella del 3 giugno 2026 è una proposta di regolamento, non una legge già in vigore. Deve ancora percorrere l’iter legislativo ordinario, cioè il passaggio da Parlamento europeo e Consiglio.

Secondo la ricostruzione di Riccio, quell’iter richiederà verosimilmente due o tre anni, e i primi obblighi concreti per amministrazioni e fornitori non dovrebbero diventare efficaci prima del 2028-2029. A quel punto scatterebbero i sei mesi per designare le zone, e solo dopo i dodici mesi massimi per autorizzare i singoli progetti. Chi costruisce un data center, in altre parole, sconterà ancora per qualche anno le regole attuali.

Lo stesso studio della Commissione, del resto, tiene aperte più strade. Ha messo a confronto tre livelli di intervento sul problema della capacità: uno di solo coordinamento, uno centrato sulle semplificazioni nazionali e uno legislativo e finanziario a livello europeo. Nella modellizzazione, il rapporto fra benefici e costi risulta più alto per l’intervento europeo, ma il documento stesso mette le mani avanti: serve a preparare le politiche future, e non equivale a una scelta già compiuta. Interessante è che le preferenze degli interessati non coincidano: chi costruisce e gestisce infrastrutture indica più spesso la strada delle semplificazioni nazionali, mentre le amministrazioni pubbliche e le piccole e medie imprese propendono per la regia comunitaria.

Perché riguarda anche chi non compra server

Sembra materia da addetti ai lavori, e in buona parte lo è. Ma la catena che arriva al singolo utente è più corta di quanto sembri.

La capacità di calcolo, osserva lo studio, sta assumendo il ruolo di una risorsa produttiva essenziale, al pari di altri fattori che un’impresa deve procurarsi per lavorare — il documento la chiama computational capital, capitale computazionale. Se questa risorsa scarseggia in Europa, chi sviluppa un servizio basato sull’AI la compra dove c’è, cioè da fornitori extra-europei. Non è drammatico in sé, ma il punto lo mette a fuoco un’analisi dell’Atlantic Council pubblicata nell’agosto 2026: avere la possibilità tecnica di cambiare piattaforma vale poco quando sul mercato manca qualcun altro capace di garantire prestazioni e capacità equivalenti. La libertà di scelta, senza capacità fisica alle spalle, resta teorica.

Le piccole e medie imprese sono l’anello più esposto. Sono quelle che non hanno la scala per negoziare condizioni particolari e che, nelle valutazioni raccolte dallo studio, guardano con maggiore favore a un intervento europeo proprio perché offrirebbe un accesso più uniforme alle risorse fra uno Stato membro e l’altro. Il collegamento con il portafoglio del lettore passa da lì: dai costi e dalle possibilità delle aziende che i servizi digitali li costruiscono, e che poi glieli vendono.

Resta l’ultimo passaggio, quello che chiude il cerchio con l’inizio. Costruire di più è necessario ma non sufficiente, perché la capacità può esistere e restare sottoutilizzata se imprese e amministrazioni si fermano davanti a competenze insufficienti, regole divergenti fra Paesi e procedure di acquisto complicate. Ed è per questo che il capitolo dei megawatt si intreccia con quello di come la pubblica amministrazione europea compra il cloud: la domanda pubblica è il modo con cui Bruxelles conta di far incontrare la nuova capacità con qualcuno disposto a usarla.

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