Quando un comune apre la posta elettronica dei suoi dipendenti, quando un ospedale archivia le cartelle cliniche, quando l’anagrafe risponde a una richiesta di certificato, dietro c’è quasi sempre un contratto cloud pagato con soldi pubblici. Sono i tuoi soldi. E messi tutti insieme, quei contratti valgono abbastanza da spostare un mercato.
È esattamente questa l’idea che la Commissione europea ha messo al centro della sua strategia sul cloud: smettere di considerare la pubblica amministrazione solo un cliente, e cominciare a usarla come strumento per decidere che forma avrà il mercato. Non è una minaccia astratta rivolta ai colossi americani: è una scelta su come vengono spesi miliardi di euro di denaro pubblico ogni anno, e su chi ne beneficia. Se vuoi capire il quadro d’insieme in cui questa scelta si colloca, abbiamo raccontato altrove cosa cambia con la proposta di regolamento sul cloud e l’intelligenza artificiale presentata il 3 giugno 2026.
Perché chi compra in blocco decide chi sopravvive
Il ragionamento è quello di qualunque grande acquirente. Un fornitore che ha davanti una domanda ampia, prevedibile e ripetuta può pianificare investimenti, assumere, costruire. Un fornitore che vende a cento amministrazioni con cento regole diverse, invece, resta piccolo.
Ed è qui che il mercato europeo ha un problema documentato. Il Cloud & AI Study, la ricerca commissionata dalla direzione generale Connect della Commissione e completata nel luglio 2026, misura una ritirata netta: i fornitori europei avevano in mano il 27% del mercato nel 2017 e ne conservavano il 13% nel 2022. In cinque anni è stata persa poco più della metà della posizione di partenza. I grandi operatori extra-europei, quelli che in gergo si chiamano hyperscaler perché gestiscono infrastrutture di calcolo su scala planetaria, ne controllano oggi circa il 72%.
La stessa ricerca indica una delle cause, e non è tecnologica. Le regole con cui si comprano servizi informatici, quello che gli addetti ai lavori chiamano procurement, cambiano da Paese a Paese e spesso da amministrazione ad amministrazione. Sopra ci si sovrappongono obblighi di conformità e paletti di sicurezza che non sono gli stessi ovunque. Il risultato lo descrive lo studio senza giri di parole: un servizio che si vende senza difficoltà in uno Stato membro non riesce necessariamente a crescere con la stessa facilità nel resto dell’Unione. Per un fornitore continentale di medie dimensioni, quella frammentazione è un tetto sopra la testa.
Il paradosso è che la stessa frammentazione produce anche l’effetto opposto sul piano geopolitico. Secondo l’analisi dell’Atlantic Council pubblicata ad agosto 2026, l’allontanamento tra Europa e Stati Uniti sul digitale non nasce da una decisione presa a tavolino, ma dall’accumulo di scelte piccole: ritardi applicativi, requisiti divergenti, negoziati sospesi e preferenze nazionali negli appalti. Il think tank la chiama una frammentazione che accade per incidente, non per progetto. Detto altrimenti: gli appalti pubblici stanno già cambiando gli equilibri, solo che finora lo hanno fatto in ordine sparso.
Cosa cambia se la PA compra insieme invece che da sola
La proposta di regolamento del 3 giugno 2026 raccoglie questo filo. Il suo terzo pilastro costruisce un quadro europeo per valutare quanto un servizio cloud sia sotto controllo europeo, e lo fa con un obiettivo dichiarato: indirizzare le gare pubbliche, e con esse la scelta di chi fornisce i servizi su cui gira la macchina amministrativa. Giovanni Maria Riccio, che insegna Diritto comparato all’Università di Salerno, in un intervento del 17 agosto 2026 segnala la portata del passaggio: è la prima volta che l’idea di usare la spesa in appalti come strumento di politica industriale entra in modo strutturato nelle regole europee dedicate all’intelligenza artificiale.
L’idea non è nata a Bruxelles con la proposta. Il centro studi Cep, in un rapporto del 2025 sulla certificazione europea dei servizi cloud, indicava proprio nell’uso più coerente delle regole sugli appalti una delle vie d’uscita dallo stallo di quel dossier. La proposta di giugno rende quell’ipotesi molto più concreta, perché collega la valutazione della sovranità alle decisioni di acquisto delle amministrazioni.
Sul piano operativo, il Cloud & AI Study mette sul tavolo due strumenti concreti. Il primo è la Public Sector Cloud Federation: una federazione fra le amministrazioni pubbliche che collega infrastrutture ed esperienze, favorisce il riuso di ciò che qualcuno ha già costruito e aumenta la capacità di comprare tecnologie complesse senza dipendere in tutto e per tutto dalle competenze del fornitore. Chi ha visto un piccolo ente pubblico trattare con un colosso informatico capisce subito il punto: da solo, l’ente non ha nemmeno il personale per leggere il contratto.
Il secondo strumento è il procurement congiunto, cioè amministrazioni di Paesi diversi che comprano insieme lo stesso servizio, affiancato da un Cloud and AI Marketplace europeo: una vetrina comune dove i servizi disponibili sono confrontabili e raggiungibili da tutta l’Unione, invece che chiusi dentro i confini di una gara nazionale. Insieme a questi, lo studio prevede sostegno alle piccole e medie imprese e misure dedicate al software open source.
Quanto costa e quanto rende: i tre pacchetti a confronto
Qui i numeri diventano interessanti, perché lo studio non si limita a elencare le opzioni: le prezza. Per abbattere le barriere all’adozione del cloud, la ricerca confronta tre pacchetti di intervento sempre più ambiziosi, e per ciascuno stima quanto costa metterlo in piedi e quanti risparmi produce.
- Il pacchetto leggero — una definizione europea di servizi cloud e AI sovrani, linee guida per gli acquisti, standardizzazione, più trasparenza sull’offerta. Costo stimato: 30,4 milioni di euro. Risparmi nello scenario centrale: 7,6 milioni. Rapporto benefici-costi: 0,25.
- Il pacchetto sulla domanda pubblica — criteri di acquisto, audit sulla sovranità, certificazione delle competenze, meccanismi di autorizzazione su base volontaria e la Public Sector Cloud Federation. Costo stimato: 879,8 milioni. Risparmi: 16,2 miliardi. Rapporto: 18,37.
- Il pacchetto più ampio — coordinamento europeo, acquisti congiunti, il marketplace, sostegno alle PMI e open source. Costo centrale stimato: 4,60 miliardi, in una forchetta fra 3,34 e 9,89 miliardi. Risparmi: 50,65 miliardi, fra 23,34 e 133,09. Rapporto: 11,02.
Vale la pena fermarsi sulla prima riga, perché è l’unica delle tre in cui il conto non torna. Un rapporto di 0,25 significa che per ogni euro speso ne tornerebbero venticinque centesimi: nello scenario centrale quel pacchetto perderebbe circa 22,8 milioni. È la scelta più facile da annunciare, quella che si esaurisce in una definizione condivisa e in qualche linea guida, ed è l’unica che secondo le stime non ripaga se stessa.
Il confronto fra le altre due dice una cosa diversa e meno intuitiva. Il pacchetto più ampio costa oltre cinque volte il secondo e produce poco più del triplo dei risparmi: per ogni euro rende meno. Ma i risparmi assoluti sono tre volte più grandi, e affronta insieme domanda, coordinamento, accesso delle piccole imprese e disponibilità di alternative aperte. È la differenza fra l’investimento più efficiente e quello che sposta di più l’ago della bilancia — due criteri che qui non danno la stessa risposta, e sarà il legislatore a doverli mettere in ordine.
Un avvertimento sta però nello studio stesso, ed è l’autore a metterlo: il documento serve a istruire le scelte politiche e non è una decisione legislativa; le opinioni che contiene sono quelle di chi lo ha scritto, non necessariamente quelle della Commissione. I numeri servono a confrontare, non a promettere.
Chi vuole cosa: PMI e grandi fornitori non chiedono la stessa cosa
Nella consultazione riportata dallo studio le preferenze si incrociano in un modo che vale la pena guardare da vicino, perché smentisce l’idea che ci siano i buoni europei da una parte e i colossi dall’altra.
Chi vende cloud e servizi di intelligenza artificiale, insieme al resto degli operatori economici, propende per il pacchetto più largo: quello da 4,60 miliardi. Le autorità pubbliche nazionali si orientano invece sul pacchetto intermedio, quello che punta sulla Public Sector Cloud Federation e sulla diffusione dei servizi. Le piccole e medie imprese vanno nella direzione opposta: la loro preferenza più frequente è per l’opzione che pesa di meno, quella fatta di definizioni, linee guida e trasparenza. Cioè proprio il pacchetto con il rapporto benefici-costi più basso.
Non è incoerenza. Per una piccola impresa, ogni requisito nuovo è un costo di conformità certo a fronte di un beneficio incerto, mentre sapere con chiarezza cosa si intende per fornitore sovrano rimuove un’ambiguità che oggi complica le gare senza aggiungere adempimenti. Il quadro cambia ancora quando si passa al capitolo delle infrastrutture fisiche: lì lo studio registra che sono proprio le PMI e le autorità pubbliche a chiedere un intervento europeo più forte, mentre chi costruisce e gestisce data center preferisce le semplificazioni nazionali. La questione di quanta capacità manchi all’Europa e di quanto costi costruirla ha una sua storia, che raccontiamo nell’articolo sul divario di potenza dei data center europei.
Per le piccole imprese c’è comunque una posta più grande della semplificazione delle gare. Lo studio parla di accesso al computational capital: la potenza di calcolo sta diventando una risorsa produttiva essenziale, come lo sono l’energia o il credito, e chi non riesce a procurarsela a condizioni sostenibili resta fuori dalle applicazioni di intelligenza artificiale prima ancora di provarci. Migliorare quell’accesso, in particolare per le PMI innovative, è uno degli obiettivi dichiarati della proposta di giugno.
Il rischio di cambiare fornitore quando non puoi
C’è un motivo per cui la domanda pubblica pesa così tanto nel dibattito europeo, ed è un problema che chiunque abbia cambiato operatore telefonico conosce in scala ridotta: il lock-in, cioè restare bloccati su un fornitore perché andarsene costa troppo. Nel cloud significa dati, applicazioni e processi costruiti dentro una piattaforma specifica, che spostare altrove richiede tempo, denaro e competenze.
Lo studio della Commissione collega esplicitamente la concentrazione del mercato a questo rischio e indica come risposta il miglioramento di portabilità e interoperabilità, cioè la possibilità concreta di trasferire dati e carichi di lavoro. La logica economica è semplice: ridurre i costi di uscita aumenta il potere negoziale di chi compra, anche quando poi decide di restare.
Su questo punto però l’Atlantic Council avanza un’obiezione che merita attenzione. Poter cambiare fornitore tecnicamente serve a poco se non esistono fornitori alternativi capaci di offrire prestazioni e servizi paragonabili. La portabilità senza un mercato dietro resta una possibilità teorica — ed è proprio il vuoto che gli acquisti pubblici aggregati dovrebbero contribuire a riempire. Le due leve, insomma, funzionano solo insieme.
Perché le regole da sole non bastano
Ed è anche il limite più serio dell’intera impostazione, quello che sia il think tank statunitense sia gli osservatori europei mettono in fila senza troppe differenze.
L’Atlantic Council lo dice in modo diretto: introdurre preferenze negli appalti o requisiti regolatori non genera automaticamente una filiera alternativa. Perché nasca servono altre cose: capitali, potenza di calcolo, data center, energia, semiconduttori, persone formate e aziende che sappiano lavorare su tutto il continente. Il think tank descrive così un divario di capacità fra l’ambizione politica europea e gli strumenti realmente disponibili per realizzarla.
Da parte europea l’analisi coincide. Restano necessarie le certificazioni di sicurezza sui servizi, solo che da sole non fanno nascere un’industria capace di fare concorrenza ai grandi operatori globali, e i volumi che oggi il mercato privato fatica ad assicurare potrebbero arrivare da una domanda pubblica prevedibile e messa a fattor comune. Il rischio, se le regole vengono scritte male, è a due facce: se sono troppo rigidi la concorrenza si restringe, e non è detto che nascano operatori continentali all’altezza sul piano dell’innovazione e dei servizi offerti; requisiti troppo deboli riducono la sovranità a un adempimento formale che non tocca le dipendenze reali. Nel mezzo sta il criterio della proporzionalità rispetto al rischio, e cioè non trattare allo stesso modo l’archivio amministrativo di routine e il sistema da cui dipende la continuità di un’infrastruttura critica. Su quali siano questi gradi di garanzia e come si misurino, il discorso si fa più tecnico: lo affrontiamo separatamente nell’articolo su cosa significa davvero cloud sovrano nelle regole europee.
Quando succede, davvero
Vale la pena chiudere con la cosa che più facilmente si perde per strada quando si legge di questi temi. Il testo del 3 giugno 2026 è una proposta: nessuna delle misure descritte qui è oggi in vigore, e nessuna amministrazione italiana sta comprando cloud secondo criteri europei di sovranità.
Sui tempi, la stima di Riccio è che l’iter legislativo ordinario richieda verosimilmente due o tre anni, con i primi obblighi concreti per amministrazioni e fornitori efficaci non prima del 2028-2029. E il percorso non è pacifico: secondo CCIA Europe, associazione che rappresenta il settore, quel quadro di sovranità rischia di discriminare chi non ha sede nell’Unione. Sul fronte opposto, altre voci istituzionali chiedono paletti di autonomia più stretti dove entra in gioco la sicurezza nazionale.
Restano quindi tre o quattro anni in cui le amministrazioni continueranno a comprare con le regole di oggi, e in cui i contratti firmati adesso definiranno il punto di partenza reale. È il motivo per cui la partita degli appalti conta più di quanto la parola suggerisca: quando le nuove regole arriveranno, troveranno un mercato già formato dalle decisioni prese nel frattempo.

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