Spegnimento 2G e 3G in Italia: cosa cambia davvero

Spegnimento 2G e 3G in Italia: cosa cambia davvero

In Italia la rete 3G è quasi del tutto spenta, mentre il 2G resta acceso. Non è una dimenticanza: dipende da ascensori, allarmi e contatori.

Delle due reti mobili più vecchie ancora in circolazione, in Italia una è praticamente sparita e l’altra è viva e vegeta. Il 3G — la terza generazione di rete mobile, quella che a metà anni Duemila portò internet sui telefoni — è stato smantellato dagli operatori italiani lungo un percorso che si è chiuso in sostanza nel giro di quattro anni, dal 2021 in poi. Ancora acceso è invece il 2G, più vecchio di un decennio, buono quasi solo per telefonare e mandare SMS.

Sembra un controsenso: perché spegnere prima la rete più recente? La risposta è la cosa più utile da capire di tutta questa vicenda, e riguarda molte più persone di quante immaginino di essere coinvolte. Se in casa hai un allarme collegato a una scheda SIM, se il tuo condominio ha un ascensore con la chiamata di emergenza, se il contatore del gas comunica da solo i consumi, sei dentro questa storia anche se il tuo telefono è nuovo di zecca.

Perché il 3G se n’è andato per primo

Le due reti sono state costruite per fare cose diverse, e questo ne ha deciso il destino. Il 3G è nato per portare dati — navigazione, video, app — ed è esattamente il mestiere che il 4G e il 5G fanno molto meglio, spendendo meno energia. Quando su una rete di terza generazione resta solo il traffico di chi non ha ancora cambiato telefono, tenerla accesa è un costo senza contropartita.

Il 2G invece fa il lavoro opposto, e lo fa bene: poca banda, consumi minimi, ma un segnale che arriva lontano. Secondo quanto rilevato nello studio della Global mobile suppliers association (Gsa) pubblicato ad agosto 2026, in Italia la seconda generazione resta accesa proprio per coprire zone montane e rurali dove 4G e 5G non sono ancora arrivati, oltre che per la stabilità delle chiamate vocali e per alcuni servizi di emergenza.

Il risultato è che, sommando 2G e 3G, in Italia resta su di loro circa il 5,2% di tutto il tempo che i dispositivi passano connessi: un valore che lo studio Gsa colloca in linea con la media europea. È una fetta piccola, ma non è zero — ed è fatta in buona parte di cose che nessuno guarda mai.

Il vero ostacolo non sono i telefoni: sono le macchine

Qui entra in gioco una sigla che vale la pena tradurre. M2M sta per machine to machine: due apparecchi che si parlano fra loro via rete mobile senza che nessuno tocchi niente. È la stessa famiglia dell’IoT, l’internet delle cose, cioè oggetti di uso comune che hanno una connessione dentro. Un contatore che invia la lettura, un distributore automatico che segnala di essere vuoto, un antifurto che chiama la centrale, la pulsantiera di emergenza di un ascensore: tutti hanno una SIM e moltissimi parlano ancora 2G.

La differenza con uno smartphone è il tempo. Un telefono si cambia ogni due o tre anni; un ascensore o un contatore restano al loro posto per quindici. Lo studio Gsa lo indica come l’elemento che rende lo spegnimento delle reti vecchie meno lineare di quanto sembrerebbe guardando solo l’evoluzione tecnologica: una parte degli apparecchi già installati semplicemente non è compatibile con 4G o 5G, e non lo diventerà mai.

C’è anche un punto strutturale che aiuta a capire la sequenza. Delle due tecnologie, quella con il maggior numero di spegnimenti già portati a termine nel mondo è il 3G; il 2G resta invece più presente, e la spiegazione che ne dà la Gsa è esattamente la sua diffusione nelle applicazioni M2M e IoT. Non è un ritardo italiano: è una caratteristica della tecnologia.

La Francia ha provato ad andare veloce e ha dovuto rallentare

Il caso francese è il più istruttivo perché è quello in cui il problema si è visto in pratica. Oltralpe la chiusura di reti e servizi 2G è partita ad aprile, ma Orange ha dovuto rinviare lo spegnimento sia del 2G sia del 3G dopo le preoccupazioni espresse dall’industria sull’uso delle tecnologie legacy negli ascensori e in altri sistemi connessi. Il nuovo calendario annunciato dall’operatore sposta il 2G al 2028 e il 3G al 2030.

Vale la pena fermarsi su quel dettaglio: sono date annunciate, non spegnimenti già avvenuti, e sono di un singolo operatore, non di un intero Paese. La distinzione conta, perché su queste transizioni ogni operatore ha il proprio calendario e i calendari cambiano.

Il regolatore francese Arcep ha messo un numero sotto il problema: alla fine del 2025 erano attive oltre 2,4 milioni di SIM in dispositivi 2G. Da sole valgono circa l’1,8% di tutte le schede attive per voce, messaggi e dati in Francia, ma pesano circa il 3,9% dei dispositivi M2M in uso. Il rapporto fra le due percentuali dice quasi tutto: sulle macchine il 2G è oltre due volte più radicato che sul totale delle utenze. Il traffico di persone si sposta da solo, quello degli apparecchi va sostituito pezzo per pezzo.

Germania, Regno Unito, Paesi Bassi: la stessa scelta con nomi diversi

Guardando il resto d’Europa si vede che l’Italia non ha inventato niente. In Germania, in Belgio e nei Paesi Bassi il 3G è stato ritirato per gradi, e di seconda generazione è rimasto acceso solo quel tanto che serve agli apparecchi vecchi: è l’impostazione italiana, con il 2G ridotto a rete di servizio anziché rete per il pubblico. La ricostruzione arriva dal rapporto di Omdia dedicato alle regole e alle politiche sugli spegnimenti, citato nello studio Gsa.

Il Regno Unito è il caso opposto e più netto: sul 3G la chiusura è arrivata al traguardo presso tutti e quattro gli operatori mobili del Paese. È il segno che, quando si tratta di reti vecchie, l’Europa — di solito descritta come lenta — sta andando più rapida delle altre regioni del mondo.

Un fenomeno che ha una spiegazione, e che si tiene insieme con il quadro più generale del settore: le telecomunicazioni europee sono sotto pressione sui margini e cercano ovunque costi da togliere, come racconta l’indice sulla salute delle telco che abbiamo analizzato in l’articolo sulle difficoltà degli operatori telefonici europei. Una rete vecchia che porta il 5% del traffico è esattamente il tipo di voce di spesa che finisce sotto esame per prima.

E fuori dall’Europa?

Fuori dal continente la fotografia cambia in fretta. Nell’area Asia-Pacifico le vecchie generazioni erano già marginali nel 2025: GlobalData le stimava intorno al 6% per il 2G e al 2% per il 3G, con una discesa attesa rispettivamente al 3% e allo 0,3% da qui al 2030. Nello stesso anno il 4G viaggiava attorno al 56% e il 5G attorno al 63%.

Alcuni operatori sono già oltre. Nel giugno 2024 il 3G australiano è uscito di scena per mano di Telstra, Optus e Tpg. A Singapore la stessa rete è stata spenta da Singtel, M1 e StarHub. In Giappone, stando alle indicazioni riportate nello studio, Ntt Docomo ha in programma la chiusura della terza generazione entro dicembre 2026. In India Bharti Airtel e Vodafone Idea, dopo aver smantellato il 3G, stanno reinvestendo spettro e capitali sugli aggiornamenti 4G e 5G.

La Cina merita una riga a parte, perché è l’esempio di cosa succede quando la rete nuova diventa dominante: secondo il rapporto Gsma sull’economia mobile cinese, presentato alla vigilia del Mwc Shanghai 2026, il 5G dovrebbe rappresentare il 61% delle connessioni del Paese entro la fine del 2026 e l’88% entro il 2030. Più la rete nuova diventa matura e diffusa, minore è la ragione per tenere accese quelle vecchie.

Cosa succede adesso, e cosa non è ancora deciso

Il ritmo, nel breve periodo, è rallentato. Nel censimento Gsa di agosto 2026 le reti in via di chiusura sono circa 37, mentre altre 25 hanno una data fissata entro dicembre: numeri che raccontano una frenata temporanea, non un ripensamento. La direzione di medio periodo, secondo gli stessi analisti, è verso un’accelerazione, trainata dalla crescita del 5G standalone — la versione del 5G che gira su un’infrastruttura tutta sua, senza appoggiarsi alle reti precedenti.

Il presidente della Gsa Joe Barrett ha legato questa accelerazione a un fatto preciso: che governi, autorità e operatori stiano fissando date certe. Nelle sue parole, quasi ovunque nel mondo le vecchie reti stanno chiudendo, e la novità è che governi, regolatori e operatori cercano sempre più «di stabilire date precise per la disattivazione».

Resta il punto che il rapporto Omdia mette sul tavolo dei regolatori: perché una transizione funzioni servono regole e operatori che si muovano insieme. La raccomandazione riguarda la neutralità tecnologica: autorizzazioni che non leghino una frequenza a una singola generazione di rete, estese subito a tutte le bande in mano agli operatori invece che introdotte man mano che le vecchie licenze arrivano a scadenza.

Per chi legge, la sintesi è questa: in Italia il 3G non c’è quasi più, il 2G c’è ancora e non ha una data di spegnimento annunciata come quella di Orange in Francia. Chi ha in casa o in condominio un apparecchio che comunica da solo — allarme, ascensore, contatore — ha davanti un orizzonte fatto di anni, non di settimane, ma è l’oggetto silenzioso, non il telefono in tasca, il vero protagonista di questa transizione.

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